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Il cinque per cento

Il cinque per cento

19 Settembre 2026
4′ di lettura
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Quando la Borsa scende, di solito le obbligazioni fanno il loro mestiere: salgono e attutiscono il colpo. È la regola su cui si sono costruiti i portafogli bilanciati degli ultimi trent’anni ed è il motivo per cui chi vuole ridurre il rischio tiene una quota di titoli di Stato. Martedì il Treasury decennale americano || ha toccato il 5,03%, il livello più alto dal 2007. E se salisse ancora potrebbe essere un problema.

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Simon White, macro strategist di Bloomberg, ha analizzato vent’anni di correlazione fra l’S&P 500 || e i Treasury americani e ha trovato un punto di rottura molto preciso: sopra il 5,25% quasi non esistono periodi in cui azioni e obbligazioni si muovano in direzioni opposte. Da lì in avanti tendono a scendere insieme. Il cuscino smette di assorbire il colpo.

Perché ci stiamo arrivando

La risposta parte da un numero passato quasi inosservato. La correlazione a un mese fra il WTI || e il rendimento del Treasury decennale è salita a 0,96. Una correlazione misura quanto due variabili si muovono insieme: 1 significa che si muovono praticamente all’unisono. Non succedeva dal Giugno 2019, e prima ancora dall’Ottobre 2014.

Detto in modo più utile, il petrolio ha smesso di essere soltanto una notizia per il settore energetico. È diventato un ingrediente del tasso di sconto con cui si valuta qualunque azienda. “Uno shock petrolifero oggi si trasmette molto più direttamente alle condizioni finanziarie“, osserva Billy Leung, strategist di Global X. Il meccanismo è semplice: il petrolio alimenta le aspettative di inflazione, l’inflazione spinge i rendimenti e rendimenti più alti aumentano il costo del capitale. I primi a sentirne l’effetto sono i titoli tecnologici, perché una parte importante del loro valore dipende da utili attesi lontani nel tempo.

C’è poi un effetto collaterale che vale il titolo. Se petrolio e rendimenti salgono insieme, sparisce anche il beneficio di tenere in portafoglio sia materie prime sia titoli di Stato, che stavano lì proprio perché non si muovevano nello stesso modo.

Il problema della Fed

Mercoledì la Federal Reserve ha fatto quello che il mercato considerava quasi certo, con una probabilità vicina al 90%: ha alzato i tassi di un quarto di punto, portandoli al 3,75-4,00%, per la prima volta da Luglio 2023. La decisione è stata unanime e Kevin Warsh, alla guida della banca centrale da meno di quattro mesi, ha mantenuto un tono restrittivo, ribadendo che l’inflazione resta troppo elevata senza però offrire una “forward guidance“, cioè indicazioni esplicite sulle prossime mosse.

La parte interessante è arrivata subito dopo. Nelle ore successive il rendimento del decennale è sceso invece di salire, tornando sotto il 5%, proprio come White aveva ipotizzato: un rialzo dei tassi può riportare compratori sui Treasury se il mercato interpreta la mossa come un segnale di credibilità contro l’inflazione. La tregua, però, è durata appena un giorno e mezzo. Venerdì il rendimento è risalito fino a sfiorare di nuovo quella soglia.

Qui arriva la parte scomoda. Gran parte degli analisti ritiene che l’inflazione abbia ormai radici più profonde dell’energia, ma il detonatore resta sempre lo stesso e alzare il costo del denaro non riapre Hormuz. E una volta cominciato, di solito, non ci si ferma. Bill Dudley, presidente della Fed di New York per nove anni, ricorda che la probabilità che a un rialzo ne segua un altro è stata fra l’85% e il 90% negli ultimi decenni, e che l’ultimo rialzo isolato risale al 1997. Venticinque punti base sono troppo pochi per spostare qualcosa, e gli effetti arrivano con mesi di ritardo.

Le prime tre crepe

Secondo White, se il decennale supera il 5,25% e ci rimane, le tensioni si propagano in tre fasi.

1. La prima riguarda le obbligazioni. Quando i Treasury smettono di proteggere i portafogli azionari, chi li compra diventa molto più sensibile ai movimenti di prezzo e ricorre più spesso alle coperture.
2. La seconda riguarda le azioni. Se i due mercati iniziano a muoversi nella stessa direzione, anche i ribilanciamenti dei grandi fondi diventano più violenti.

3. La terza sono gli spread di credito, cioè il premio che un’azienda paga per finanziarsi rispetto allo Stato. Restano bassi finché la volatilità è bassa e si allargano appena quella sale, rendendo più caro il debito proprio a chi ne ha di più.

Quello che ci convince meno

Per ora il consenso resta sorprendentemente tranquillo. Il riferimento è all’ultimo sondaggio condotto fra economisti e strategist, lo stesso da cui emerge un’attesa di due o tre ulteriori rialzi dei tassi. Nello stesso esercizio gli intervistati continuano però a stimare una crescita americana del 2,25%, una disoccupazione al 4,25% e un S&P 500 in rialzo dell’8% nel 2027: uno scenario in cui la Fed continua a stringere senza che l’economia paghi davvero il conto.

Se volessimo riassumere il nodo in una frase molto più asciutta: il livello dei tassi e le condizioni dell’economia americana non possono restare incompatibili a lungo. Prima o poi qualcosa deve cedere. O rallenta l’inflazione, o la Fed stringe ancora, oppure il tratto lungo della curva continua a salire. Il mercato spera nella prima ipotesi mentre continua a pagare il prezzo della terza.

Quando il Petrolio Entra nel Tasso di Sconto | Settembre 2026

La Lettura moneyfeel

FattoreLa letturaCosa la smentirebbe
Decennale americano verso il 5,25%Oltre quel livello azioni e obbligazioni scendono insieme e il portafoglio bilanciato perde la sua assicurazione. Il rialzo di mercoledì non ha rimosso la pressioneUna chiusura sotto il 4,75% mantenuta per due settimane
Correlazione petrolio-tassi a 0,96Ogni dollaro di greggio entra direttamente nel tasso di sconto di tutte le attività finanziarieRiapertura di Hormuz, o la correlazione che scende sotto 0,60 su base mensile
Il ciclo di rialzi della FedStoricamente un rialzo isolato non esiste: la probabilità che ne segua un altro è dell’85-90%, e quello di mercoledì è stato il primoUn comunicato che indichi esplicitamente una sola mossa e poi la pausa
Inflazione da offertaIl tasso di policy non raggiunge la causa, perché la Fed può comprimere la domanda ma non riaprire uno strettoUn CPI core sotto lo 0,2% mensile a Ottobre con il Brent ancora sopra i cento dollari
Il consenso sulla crescitaStima due o tre rialzi e nessun rallentamento, e le due cose insieme sono improbabiliRevisioni al ribasso sul PIL 2027 accompagnate da stime sugli utili invariate

Fonte: moneyfeel research | Settembre 2026

Cosa guardare adesso

Il Brent || ogni mattina, perché con una correlazione vicina all’unità resta il primo anello della catena. La chiusura del Treasury decennale sopra il 5%, molto diversa da un semplice massimo intraday. E il gilt trentennale britannico, già al 5,9%, tornato sui livelli degli anni Novanta, dove spesso le tensioni sul mercato obbligazionario si manifestano prima che altrove. Tanto che la Banca d’Inghilterra sta valutando di interrompere del tutto le vendite dei titoli lunghi accumulati negli anni del quantitative easing.

Poi resta la domanda che da qualche giorno è tornata in tutti i trading floor. Se un Treasury può offrire il 5% l’anno per dieci anni, quanto rendimento deve promettere un’azione per meritare il rischio? Per oltre vent’anni quella domanda aveva perso importanza, perché la liquidità non rendeva quasi nulla. Adesso basta un altro rialzo sopra il 5% per costringere il mercato a rifarsela.

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moneyfeel è una fintech che integra analisi fondamentale e quantitative intelligence per i mercati finanziari. Ogni giorno produciamo ricerca proprietaria su azioni, mercati e macroeconomia tramite il Fundamental Analysis Engine (FAE) e i modelli CASCADE e LEADING. Un approccio costruito su oltre vent’anni di esperienza tra investment banking e hedge fund.

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