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Un patto da 15%: l’Europa evita il peggio, ma paga pegno

Un patto da 15%: l’Europa evita il peggio, ma paga pegno

28 Luglio 2025
2′ di lettura

L'accordo è arrivato. Dopo ore di negoziati in Scozia, Trump e von der Leyen hanno chiuso l'intesa sui dazi al 15%. Il presidente americano, che aveva passato la mattinata a giocare a golf nel suo resort di Turnberry, ha siglato quello che la presidente della Commissione europea ha definito "l'accordo commerciale più grande mai raggiunto". Un'intesa che dovrebbe evitare la catastrofe commerciale e salvare miliardi di euro di esportazioni.

La posta in gioco era enorme. L'Italia rischiava di perdere 8 miliardi di euro di export secondo Cerved, mentre Confindustria parlava di 23 miliardi considerando anche l'effetto del dollaro debole. Cifre che avrebbero trasformato settori interi dell'economia italiana, dalla meccanica alla moda, dalla chimica al farmaceutico. L'accordo al 15% (tecnicamente 14,8%) evita il peggio, ma rappresenta comunque un aumento rispetto al 10% attuale più il 4,8% preesistente.

Questa crisi commerciale ha rivelato quanto l'Europa dipenda ancora dalle decisioni oltre Atlantico. L'Unione che si vanta di essere una potenza economica globale si è dovuta piegare alle condizioni di Trump, che ha mantenuto fermo il principio: "I dazi non scenderanno sotto il 15%". Una lezione di geopolitica che Bruxelles non dimenticherà facilmente.

I mercati dovrebbero reagire positivamente all'annuncio dell'intesa. I titoli del lusso come Moncler || e Brunello Cucinelli ||, che rischiavano di perdere il 2-3% dell'ebit per ogni 10% di dazi, potrebbero vedere un rally di sollievo. EssilorLuxottica || evita i 65 milioni di minori profitti stimati, mentre Technogym || può continuare la sua espansione oltreoceano senza l'incubo di tariffe al 30%.

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Campari ||, e il settore alcolici restano nell'incertezza, dato che le bevande alcoliche sono rimaste deliberatamente escluse dall'accordo e saranno oggetto di negoziazioni future. Il rally del 14% dell'ultimo mese potrebbe quindi essere prematuro, con il titolo che ora dovrà attendere ulteriori sviluppi sui dazi specifici per spirits e vini.

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Stessa sorte per il settore farmaceutico che è rimasto fuori dall'accordo. Trump è stato categorico: "I farmaci non ne faranno parte, perché dobbiamo produrli negli Stati Uniti" mentre von der Leyen parla di possibili dazi al 15%. Una contraddizione che dovrà essere risolta nei prossimi giorni.

Ferrari || aveva già dimostrato come essere resilienti aumentando immediatamente i prezzi, strategia che ora dovranno adottare molte altre aziende europee. L'accordo al 15% significa comunque pressione sui margini per chi non ha il potere di mercato del cavallino rampante.

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L'Europa ha accettato di "riequilibrare" gli scambi, come ha ammesso von der Leyen: "Noi abbiamo un surplus, gli Stati Uniti hanno un deficit e dobbiamo riallinearlo". Tradotto: l'Europa dovrà comprare di più dall'America per mantenere aperto il mercato statunitense.

Stellantis ||, intanto, potrebbe ancora beneficiare di una riduzione dei dazi dal 25% al 15% sul Messico, risparmiando un terzo dei 1,5 miliardi di impatto negativo stimato. Ma anche questo dipenderà dai prossimi negoziati, in un momento dove la politica commerciale è diventata un gioco a somma zero.

Alla fine, l'accordo al 15% non è giustizia, ma pragmatismo e rappresenta comunque un costo aggiuntivo che molte aziende dovranno assorbire o trasferire sui consumatori. Non tutte ci riusciranno con la stessa facilità. Von der Leyen ha capito che Trump ragiona in termini di rapporti di forza, non di diritto. Così, l'Europa ha dovuto adattarsi a questa realtà per evitare conseguenze peggiori. Ora resta da vedere se i mercati premieranno questa strategia o se puniranno comunque l'aumento dei costi operativi che l'accordo comporta. Ma almeno si è evitato il disastro.

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