Wall Street continua a dividere le banche d’investimento. L’S&P 500 |
La sua visione arriva in netto contrasto con quella di Goldman Sachs, che, come avevamo evidenziato giorni fa , stima per l’S&P 500 rendimenti medi di appena il 6,5% annuo nel prossimo decennio, prospettando una fase di rendimenti più modesti dopo anni di sovraperformance. È uno dei divari più marcati emersi di recente tra i grandi nomi dell’investment banking.
Il cuore del dibattito è la diversa lettura delle attuali valutazioni e del ciclo degli utili. Wilson sostiene che siamo già nel pieno di un nuovo mercato toro: molte società rimaste indietro stanno finalmente beneficiando della rotazione settoriale, i risultati del Q3 hanno superato le attese e la fiducia sulla crescita resta solida nonostante le tensioni politiche e i multipli elevati dell’AI. Goldman, al contrario, ritiene che il P/E forward a 23x sia un livello difficilmente sostenibile, soprattutto in un contesto di margini già ai massimi e di un’economia americana esposta a shock macro e geopolitici.
La forza dell’argomentazione di Morgan Stanley poggia su quattro pilastri. Primo: un pricing power aziendale che sta progressivamente migliorando dopo anni di compressione. Secondo: i benefici dell’AI, che dalle promesse stanno iniziando a tradursi in risparmi operativi concreti. Terzo: un quadro fiscale e regolatorio più favorevole sotto l’amministrazione Trump. Quarto: tassi d’interesse che, rimanendo stabili, eliminano uno dei principali freni all’espansione dei multipli. La sua credibilità è rafforzata anche dalle sue performance storiche: quando ad Aprile i mercati crollarono dopo l’escalation dei dazi, Wilson mantenne una view costruttiva che si rivelò corretta quando il successivo allentamento della tensione commerciale riportò l’S&P ai massimi.
Questa lettura così ottimista scontra però con la prospettiva più prudente che sta emergendo tra gli strategist focalizzati sul lungo termine. Per Goldman, i margini record e il premio di quasi il 50% rispetto ai mercati globali sono il segnale di una fase matura: il potenziale di crescita degli utili è destinato ad attenuarsi e la probabilità di tre anni consecutivi sopra il 20% è storicamente molto bassa. Oppenheimer ha espresso dubbi sulla sostenibilità del P/E attuale, evidenziando come le valutazioni USA si stiano distaccando dai principali peer.
A 6.672 punti, l'S&P 500 si trova in una zona dove le narrative divergenti di Morgan Stanley e Goldman rappresentano due filosofie d'investimento opposte. Wilson offre agli investitori una roadmap chiara per i prossimi 12-18 mesi con target 7.800 (+17%), mentre Goldman suggerisce che chi ha orizzonti decennali dovrebbe già guardare altrove diversificando verso mercati emergenti e Asia. Il paradosso è che entrambe le visioni possono coesistere: un rally verso 7.800 seguito da rendimenti mediocri nel resto del decennio consegnerebbe esattamente quel 6,5% annuo che Goldman prevede. Il dilemma è se cavalcare l'ultima ondata del toro americano, oppure anticipare il cambio di fase strutturale posizionandosi già oggi su valutazioni più attraenti in Europa e Asia.


