La vera sfida per l’investitore moderno non è solo capire dove mettere i soldi. È capire come pensa. E soprattutto, quanto la memoria personale e collettiva influenzi le sue decisioni di investimento. Viviamo in un’epoca in cui il passato recente sembra più importante di quello storico. I giovani, ad esempio, hanno vissuto crolli fulminei come quello del Marzo 2020 o le incertezze del 2022. Ma hanno anche visto rimbalzi vertiginosi e nuovi massimi storici, tanto nelle azioni quanto nelle criptovalute. È facile, in questo contesto, convincersi che i ribassi siano solo pause temporanee nel cammino verso l’alto.
Chi invece investe da più tempo, e magari ha costruito la propria carriera nel periodo dei tassi in costante discesa, dal 1980 al 2022, rischia di dare per scontato che l’obbligazionario sia sempre sicuro e generoso. Ma è davvero così? Come suggerisce Howard Marks, “l’esperienza può essere un grande maestro, ma solo se non ci illudiamo che sia universale”.

Le convinzioni che accumuliamo lungo il nostro cammino di investitori sono spesso più influenzate dalla fortuna e dal contesto che dalla logica. Questo vale doppio in un mondo in cui la volatilità geopolitica e finanziaria riscrive continuamente le regole del gioco. Quando il contesto cambia, inflazione che risale, tassi in rialzo, geopolitica instabile, affidarsi ciecamente a ciò che “ha sempre funzionato” può diventare un rischio. Non un’opportunità.
Dalla metà degli anni 2000 a oggi, il mercato ha premiato i titoli growth: Apple, Tesla, Nvidia, sono diventati sinonimo di performance. Joel Greenblatt, autore del celebre “The Little Book That Still Beats the Market” e tra i più influenti sostenitori dell’investimento value, lo ha sempre sostenuto con una certa ironia: “Comprare grandi aziende a prezzi stracciati è un’idea così ovvia che è strano quanto spesso venga ignorata.”

In momenti di incertezza, quando il mercato rincorre le storie più scintillanti, è proprio lì che i fondamentali tornano a contare. Se un portafoglio è troppo sbilanciato su titoli patinati ma fragili, forse è arrivato il momento di tornare alle basi: cercare valore dove il prezzo è rimasto indietro rispetto alla sostanza.
Negli ultimi vent’anni, l’America ha dominato. Ma non è stato sempre così. Dal 1970 al 1990, i mercati internazionali hanno superato ampiamente l’S&P 500 |
C’è un vecchio adagio che dice: “Nel lungo termine le azioni battono sempre le obbligazioni.” Ma la storia lo smentisce. Esistono lunghi periodi, anche decadi, in cui le obbligazioni hanno fatto meglio delle azioni. È accaduto. E può accadere di nuovo. Perciò, investire a lungo termine sì. Ma con aspettative realistiche. Senza falsi miti. E con un piano di risparmio solido che non si basi su rendimenti miracolosi.
Poi c'è l’oro che brilla nei momenti di panico. Ma la sua storia è costellata di lunghi periodi di stagnazione. Chi l’ha comprato nel 1980 ha dovuto aspettare quasi tre decenni per rivedere quel prezzo, al netto dell’inflazione. Oggi è ai massimi storici, ma la storia insegna prudenza: l’oro splende in fasi di incertezza, ma fatica quando torna la normalità.
La vera lezione per l’investitore moderno è semplice: "non diventare prigioniero dell'esperienza." La memoria è importante, ma dev’essere usata con spirito critico. I mercati non sono ciclici in senso stretto, sono evolutivi. Cambiano le regole, cambiano gli equilibri, cambiano i vincitori.


